Dead Poets Club e l’Algoritmo della musica: Fulvio Muzio e Renato Caruso con Max Brigante a Radio105

Musica e scienza. Creatività e Intelligenza Artificiale. I poeti del passato incontrano la tecnologia del presente e le parole confinate su vecchie pagine di libri ingialliti prendono una nuova forma. Si chiama Dead Poets Club, l’esperimento nato da un’idea di Giovanni Favero, Fulvio Muzio e Roberto Turatti.

Un progetto che ora diventa anche parte di un libro. Un capitolo de “L’algoritmo della musica – Da Pitagora all’Intelligenza Artificiale” (Tsunami Edizioni, 2025) del musicista e divulgatore scientifico Renato Caruso è dedicato proprio al progetto che riporta in vita i versi di Blake, Catullo, Poe e Lia Bai. Un volume che esplora il rapporto tra scienza e musica, attraversa i secoli analizzando l’evoluzione matematica e musicale, fino ad arrivare ai moderni algoritmi di IA applicati alla composizione e alla produzione sonora. Un modo nuovo e originale per approcciarsi alla musica, con lo sguardo proiettato nel futuro ma tenendo sempre conto dell’insostituibile nucleo creativo umano.

Ce lo raccontano Fulvio Muzio e Renato Caruso ospiti di 105 Mi Casa, il programma di Max Brigante su Radio 105.

DEAD POETS CLUB: LA MUSICA INCONTRA LA POESIA IMMORTALE (Estratto del capitolo del libro “L’algoritmo della musica: da Pitagora all’Intelligenza Artificiale” di Renato Caruso – Tsunami Edizioni, 2025)

C’è un laboratorio dove il tempo si piega: i poeti del passato si incontrano con la tecnologia del presente, e la loro voce risuona di nuovo, trasformata in musica. Si chiama Dead Poets Club, un nome che evoca omaggio e provocazione, memoria e innovazione. Qui, le parole di Blake, Catullo, Poe o Li Bai non rimangono confinate nelle pagine ingiallite dei libri: diventano note, melodie, arrangiamenti che pulsano nell’aria, costruendo un dialogo tra epoche.

A guidare questo esperimento ci sono tre figure complementari, ognuna con un bagaglio diverso, ma tutte unite dalla stessa curiosità: Giovanni Favero, che intreccia giornalismo, musica e intelligenza artificiale; Roberto Turatti, produttore internazionale capace di trasformare idee in hit; e Fulvio Muzio, compositore e medico che esplora il legame tra psicoacustica, emozione e percezione sonora. La loro collaborazione è alimentata da una rete di partner accademici, musicologi, giuristi ed editori, un vero ecosistema culturale in cui scienza e arte si incontrano, si contaminano e generano qualcosa di unico.

L’obiettivo del progetto non è sostituire la creatività umana, ma integrarla, esplorarne i confini, e riflettere su cosa rimane “umano” in un brano generato da algoritmi. Ogni scelta artistica viene guidata da un codice etico, e la macchina diventa uno strumento, non un autore. L’AI è lo specchio della nostra immaginazione: segue le indicazioni del prompt, traduce istruzioni in suoni, ma non possiede sensibilità. E così, ogni dettaglio stile, voce, atmosfera, tempo, struttura diventa parte di una nuova grammatica artistica, dove scrivere per un algoritmo è già un atto creativo.

Il processo creativo parte da sette poesie scelte per il loro valore letterario e la loro libertà da vincoli di copyright. Ogni testo è analizzato per ritmo, metrica e tono emotivo, e diventa il cuore di una demo musicale. L’AI entra in scena generando arrangiamenti, ritmiche, melodie e perfino il canto. Ma il brano non è ancora completo: gli stems vengono trasferiti su una DAW, coffetti, remixati, arricchiti con strumenti reali quando necessario, e infie masterizzati da un tecnico in Olanda. È un lavoro collettivo, un flusso in cui uomo e macchina si inseguono e si correggono a vicenda, fino a trovare equilibrio tra precisione algoritmica.

Ogni poesia racconta qualcosa di profondo. Blake, con “The Fly”, parla della fragilità della vita e della connessione tra gli esseri. De Castro, in “Negra Sombra”, evoca il dolore e la malinconia che ci perseguitano. D’Annunzio celebra la corrispondenza tra uomo e natura, Poe rincorre un’utopia irraggiungibile, Baudelaire descrive un incontro fugace che segna l’anima, Catullo ci invita a vivere l’amore con intensità, Li Bai ci accompagna in un festino solitario sotto la luna, dove la solitudine si dissolve nella contemplazione del mondo. La macchina interpreta, ma sono l’intuizione e l’intervento umano a rendere ogni brano vivido e credibile.


Il ruolo del prompt è centrale: le istruzioni diventano partitura, ogni parola guida l’AI verso una visione artistica precisa. La qualità finale è direttamente proporzionale alla cura del prompt. La macchina può sbagliare accenti, pronunce, volumi; può generare disturbi o im-perfezioni. Ma l’errore non è un fallimento: è spazio di apprendimento, occasione per affinare l’ascolto e comprendere meglio il rapporto tra creatività umana e potenza algoritmica.

I primi risultati sono promettenti: gli arrangiamenti prodotti in tempi rapidi sono di alta qualità, ma la vera magia nasce dall’interazione tra la macchina e il team, dal dialogo costante tra sensibilità e tecnologia. Favero coordina coordina la comunicazione e supervisiona relazioni e report. Turatti garantisce qualità tecnica e coerenza artistica, Muzio approfondisce l’effetto emotivo dei brani e confronta musica “suonata” e generata. La loro sinergia multidisciplinare trasforma un esperimento tecnologico in un’esperienza artistica completa.

Dead Poets Club non è solo musica. Ma è un laboratorio culturale e formativo, un caso studio per musicisti, informatici e produttori. Insegna a lavorare con l’AI in modo etico, a comprendere limiti e potenzialità, a valorizzare la creatività senza mai rinunciare al cuore umano. Ogni brano diventa anche un ponte verso il pubblico: un EP con videoclip testati digitalmente, per misurare l’impatto emotivo della nuova musica poetica.

Alla fine, l’eredità dei poeti è più viva che mai. Le loro parole risuonano in voce digitale, ma con cuore umano. L’esperimento mostra che, anche nell’era degli algoritmi, la poesia e la musica restano strumenti di sensibilità, capacità di emozionare e di comunicare il senso profondo della nostra esperienza. L’intelligenza artificiale diventa così non un sostituto, ma un amplificatore dell’arte: uno specchio della nostra im-maginazione, capace di far risuonare le voci dei poeti estinti, e al tempo stesso di ricordarci che il talento umano è insostituibile.