“COCKN’Y OUTCAST – In Milan Town Tonight”: la grande truffa dell’IA

“COCKN’Y OUTCAST — In Milan Town Tonight” è un fotoromanzo realizzato interamente con strumenti di intelligenza artificiale generativa. Dieci tavole in stile graphic novel raccontano la storia della band omonima: tre personaggi che si incontrano nella cella di Wandsworth Prison e trovano nella musica un’unica via d’uscita, fino a una serata milanese che diventa riscatto.

Il racconto per immagini accompagna il singolo “In Milan Town Tonight (February 6th 2026)”, prodotto e arrangiato dai Dead Poets Club sulle note de “Il cielo di Milano” di Enrico Ruggeri e Massimo Bigi, con il testo adattato in inglese da Ronnie Jones. Tutto il materiale visivo e narrativo è generato con strumenti di intelligenza artificiale.

Il progetto, firmato da Giovanni Favero, è realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e con lo spin-off Whattadata, con l’obiettivo di studiare un utilizzo etico dell’AI nella produzione musicale professionale. Dal laboratorio nascerà anche una tesi di laurea della studentessa Giorgia Tognoli dedicata al legame tra Intelligenza Artificiale generativa e comunicazione.

Dead Poets Club e l’Algoritmo della musica: Fulvio Muzio e Renato Caruso con Max Brigante a Radio105

Musica e scienza. Creatività e Intelligenza Artificiale. I poeti del passato incontrano la tecnologia del presente e le parole confinate su vecchie pagine di libri ingialliti prendono una nuova forma. Si chiama Dead Poets Club, l’esperimento nato da un’idea di Giovanni Favero, Fulvio Muzio e Roberto Turatti.

Un progetto che ora diventa anche parte di un libro. Un capitolo de “L’algoritmo della musica – Da Pitagora all’Intelligenza Artificiale” (Tsunami Edizioni, 2025) del musicista e divulgatore scientifico Renato Caruso è dedicato proprio al progetto che riporta in vita i versi di Blake, Catullo, Poe e Lia Bai. Un volume che esplora il rapporto tra scienza e musica, attraversa i secoli analizzando l’evoluzione matematica e musicale, fino ad arrivare ai moderni algoritmi di IA applicati alla composizione e alla produzione sonora. Un modo nuovo e originale per approcciarsi alla musica, con lo sguardo proiettato nel futuro ma tenendo sempre conto dell’insostituibile nucleo creativo umano.

Ce lo raccontano Fulvio Muzio e Renato Caruso ospiti di 105 Mi Casa, il programma di Max Brigante su Radio 105.

DEAD POETS CLUB: LA MUSICA INCONTRA LA POESIA IMMORTALE (Estratto del capitolo del libro “L’algoritmo della musica: da Pitagora all’Intelligenza Artificiale” di Renato Caruso – Tsunami Edizioni, 2025)

C’è un laboratorio dove il tempo si piega: i poeti del passato si incontrano con la tecnologia del presente, e la loro voce risuona di nuovo, trasformata in musica. Si chiama Dead Poets Club, un nome che evoca omaggio e provocazione, memoria e innovazione. Qui, le parole di Blake, Catullo, Poe o Li Bai non rimangono confinate nelle pagine ingiallite dei libri: diventano note, melodie, arrangiamenti che pulsano nell’aria, costruendo un dialogo tra epoche.

A guidare questo esperimento ci sono tre figure complementari, ognuna con un bagaglio diverso, ma tutte unite dalla stessa curiosità: Giovanni Favero, che intreccia giornalismo, musica e intelligenza artificiale; Roberto Turatti, produttore internazionale capace di trasformare idee in hit; e Fulvio Muzio, compositore e medico che esplora il legame tra psicoacustica, emozione e percezione sonora. La loro collaborazione è alimentata da una rete di partner accademici, musicologi, giuristi ed editori, un vero ecosistema culturale in cui scienza e arte si incontrano, si contaminano e generano qualcosa di unico.

L’obiettivo del progetto non è sostituire la creatività umana, ma integrarla, esplorarne i confini, e riflettere su cosa rimane “umano” in un brano generato da algoritmi. Ogni scelta artistica viene guidata da un codice etico, e la macchina diventa uno strumento, non un autore. L’AI è lo specchio della nostra immaginazione: segue le indicazioni del prompt, traduce istruzioni in suoni, ma non possiede sensibilità. E così, ogni dettaglio stile, voce, atmosfera, tempo, struttura diventa parte di una nuova grammatica artistica, dove scrivere per un algoritmo è già un atto creativo.

Il processo creativo parte da sette poesie scelte per il loro valore letterario e la loro libertà da vincoli di copyright. Ogni testo è analizzato per ritmo, metrica e tono emotivo, e diventa il cuore di una demo musicale. L’AI entra in scena generando arrangiamenti, ritmiche, melodie e perfino il canto. Ma il brano non è ancora completo: gli stems vengono trasferiti su una DAW, coffetti, remixati, arricchiti con strumenti reali quando necessario, e infie masterizzati da un tecnico in Olanda. È un lavoro collettivo, un flusso in cui uomo e macchina si inseguono e si correggono a vicenda, fino a trovare equilibrio tra precisione algoritmica.

Ogni poesia racconta qualcosa di profondo. Blake, con “The Fly”, parla della fragilità della vita e della connessione tra gli esseri. De Castro, in “Negra Sombra”, evoca il dolore e la malinconia che ci perseguitano. D’Annunzio celebra la corrispondenza tra uomo e natura, Poe rincorre un’utopia irraggiungibile, Baudelaire descrive un incontro fugace che segna l’anima, Catullo ci invita a vivere l’amore con intensità, Li Bai ci accompagna in un festino solitario sotto la luna, dove la solitudine si dissolve nella contemplazione del mondo. La macchina interpreta, ma sono l’intuizione e l’intervento umano a rendere ogni brano vivido e credibile.


Il ruolo del prompt è centrale: le istruzioni diventano partitura, ogni parola guida l’AI verso una visione artistica precisa. La qualità finale è direttamente proporzionale alla cura del prompt. La macchina può sbagliare accenti, pronunce, volumi; può generare disturbi o im-perfezioni. Ma l’errore non è un fallimento: è spazio di apprendimento, occasione per affinare l’ascolto e comprendere meglio il rapporto tra creatività umana e potenza algoritmica.

I primi risultati sono promettenti: gli arrangiamenti prodotti in tempi rapidi sono di alta qualità, ma la vera magia nasce dall’interazione tra la macchina e il team, dal dialogo costante tra sensibilità e tecnologia. Favero coordina coordina la comunicazione e supervisiona relazioni e report. Turatti garantisce qualità tecnica e coerenza artistica, Muzio approfondisce l’effetto emotivo dei brani e confronta musica “suonata” e generata. La loro sinergia multidisciplinare trasforma un esperimento tecnologico in un’esperienza artistica completa.

Dead Poets Club non è solo musica. Ma è un laboratorio culturale e formativo, un caso studio per musicisti, informatici e produttori. Insegna a lavorare con l’AI in modo etico, a comprendere limiti e potenzialità, a valorizzare la creatività senza mai rinunciare al cuore umano. Ogni brano diventa anche un ponte verso il pubblico: un EP con videoclip testati digitalmente, per misurare l’impatto emotivo della nuova musica poetica.

Alla fine, l’eredità dei poeti è più viva che mai. Le loro parole risuonano in voce digitale, ma con cuore umano. L’esperimento mostra che, anche nell’era degli algoritmi, la poesia e la musica restano strumenti di sensibilità, capacità di emozionare e di comunicare il senso profondo della nostra esperienza. L’intelligenza artificiale diventa così non un sostituto, ma un amplificatore dell’arte: uno specchio della nostra im-maginazione, capace di far risuonare le voci dei poeti estinti, e al tempo stesso di ricordarci che il talento umano è insostituibile.